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Ora avvenne che uno venerdì quasi all'entrata di
maggio essendo un bellissimo tempo, ed egli
entrato in pensier della sua crudel donna,
comandato a tutta la sua famiglia che solo il
lasciassero, per più potere pensare a suo
piacere, piede innanzi piè sé medesimo
trasportò, pensando, infino nella pigneta. Ed
essendo già passata presso che la quinta ora del
giorno, ed esso bene un mezzo miglio per la
pigneta entrato, non ricordandosi di mangiare né
d'altra cosa, subitamente gli parve udire un
grandissimo pianto e guai altissimi messi da una
donna; per che, rotto il suo dolce pensiero,
alzò il capo per veder che fosse, e
maravigliossi nella pigneta veggendosi; e oltre
a ciò, davanti guardandosi vide venire per un
boschetto assai folto d'albuscelli e di pruni,
correndo verso il luogo dove egli era, una
bellissima giovane ignuda, scapigliata e tutta
graffiata dalle frasche e dà pruni, piagnendo e
gridando forte mercè; e oltre a questo le vide
a'fianchi due grandi e fieri mastini, li quali
duramente appresso correndole, spesse volte
crudelmente dove la giugnevano la mordevano, e
dietro a lei vide venire sopra un corsiere nero
un cavalier bruno, forte nel viso crucciato, con
uno stocco in mano, lei di morte con parole
spaventevoli e villane minacciando.
Questa cosa ad una ora maraviglia e spavento gli
mise nell'animo, e ultimamente compassione della
sventurata donna, dalla qual nacque disidero di
liberarla da sì fatta angoscia e morte, se el
potesse. Ma, senza arme trovandosi, ricorse a
prendere un ramo d'albero in luogo di bastone, e
cominciò a farsi incontro a'cani e contro al
cavaliere. Ma il cavalier che questo vide, gli
gridò di lontano:
- Nastagio, non t'impacciare, lascia fare a'cani
e a me quello che questa malvagia femina ha
meritato.
E così dicendo, i cani, presa forte la giovane
né fianchi, la fermarono, e il cavaliere
sopraggiunto smontò da cavallo.
Al quale Nastagio avvicinatosi disse:
- Io non so chi tu ti sé, che me così cognosci;
ma tanto ti dico che gran viltà è d'un cavaliere
armato volere uccidere una femina ignuda, e
averle i cani alle coste messi come se ella
fosse una fiera salvatica; io per certo la
difenderò quant'io potrò.
Il cavaliere allora disse:
- Nastagio, io fui d'una medesima terra teco, ed
eri tu ancora piccol fanciullo quando io, il
quale fui chiamato messer Guido degli Anastagi,
era troppo più innamorato di costei, che tu ora
non sé di quella de'Traversari, e per la sua
fierezza e crudeltà andò sì la mia sciagura, che
io un dì con questo stocco, il quale tu mi vedi
in mano, come disperato m'uccisi, e sono alle
pene etternali dannato. Né stette poi guari
tempo che costei, la qual della mia morte fu
lieta oltre misura, morì, e per lo peccato della
sua crudeltà e della letizia avuta de'miei
tormenti, non pentendosene, come colei che non
credeva in ciò aver peccato ma meritato,
similmente fu ed è dannata alle pene del
ninferno. Nel quale come ella discese, così ne
fu e a lei e a me per pena dato, a lei di
fuggirmi davanti e a me, che già cotanto l'amai,
di seguitarla come mortal nimica, non come amata
donna; e quante volte io la giungo, tante con
questo stocco, col quale io uccisi me, uccido
lei e aprola per ischiena, e quel cuor duro e
freddo, nel qual mai né amor né pietà poterono
entrare, con l'altre interiora insieme, sì come
tu vedrai incontanente, le caccia di corpo, e
dolle mangiare a questi cani.
Né sta poi grande spazio che ella, sì come la
giustizia e la potenzia d'Iddio vuole, come se
morta non fosse stata, risurge e da capo
incomincia la dolorosa fugga, e i cani e io a
seguitarla; e avviene che ogni venerdì in su
questa ora io la giungo qui, e qui ne fo lo
strazio che vedrai; e gli altri dì non creder
che noi riposiamo, ma giungola in altri luoghi
né quali ella crudelmente contro a me pensò o
operò; ed essendole d'amante divenuto nimico,
come tu vedi, me la conviene in questa guisa
tanti anni seguitare quanti mesi ella fu contro
a me crudele. Adunque lasciami la divina
giustizia mandare ad esecuzione, né ti volere
opporre a quello che tu non potresti
contrastare.
Nastagio, udendo queste parole, tutto timido
divenuto e quasi non avendo pelo addosso che
arricciato non fosse, tirandosi addietro e
riguardando alla misera giovane, cominciò
pauroso ad aspettare quello che facesse il
cavaliere. Il quale, finito il suo ragionare, a
guisa d'un cane rabbioso, con lo stocco in mano
corse addosso alla giovane, la quale
inginocchiata e dà due mastini tenuta forte gli
gridava mercè; e a quella con tutta sua forza
diede per mezzo il petto e passolla dall'altra
parte. Il qual colpo come la giovane ebbe
ricevuto, così cadde boccone, sempre piagnendo e
gridando; e il cavaliere, messo mano ad un
coltello, quella aprì nelle reni, e fuori
trattone il cuore e ogni altra cosa d'attorno,
a'due mastini il gittò, li quali affamatissimi
incontanente il mangiarono. Né stette guari che
la giovane, quasi niuna di queste cose stata
fosse, subitamente si levò in piè e cominciò a
fuggire verso il mare, e i cani appresso di lei
sempre lacerandola; e il cavaliere, rimontato a
cavallo e ripreso il suo stocco, la cominciò a
seguitare, e in picciola ora si dileguarono in
maniera che più Nastagio non gli potè vedere. |
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